Pensiero ed emozioni... questi sconosciuti

Senza dubbio e fino a prova contraria, lo scopo di ogni essere umano su questa terra è la ricerca della felicità, intesa come senso di appagamento totale o estasi del corpo e dello spirito.
Partendo da questo presupposto è facile constatare che tutte le nostre azioni e i nostri desideri hanno un’unica spinta propulsiva o minimo comune denominatore; lo chiamiamo “denaro”, ”amore”(inteso come l’amore di un partner, della famiglia e degli amici), “lavoro dei sogni”, “libertà”, “successo”,  ma in effetti questi sono solo strumenti che utilizziamo per raggiungere il vero scopo di ogni nostra azione, comportamento, desiderio, ovvero uno stato mentale, emozionale e fisico di appagamento che chiamiamo felicità.

Il problema nasce dal fatto che questi strumenti possiedono due limiti intrinseci che li rendono spesso insufficienti a raggiungere lo scopo: il primo è che sono impermanenti, si sa che il lavoro va e viene così come il denaro, l’amore, il successo, e il secondo, collegato al primo, è che non ne possiamo avere il pieno controllo perché nella maggior parte dei casi sono necessari l’intento e la volontà di altre persone. 
In realtà però, sia le antiche filosofie orientali tramandate e insegnate da maestri, guru e mistici di tutte le epoche, sia le moderne scoperte della fisica quantistica ci informano dell’esistenza di un altro strumento a nostra disposizione più potente di tutti gli altri perché non presenta i limiti di cui sopra; questo strumento si chiama “pensiero”, lo usiamo sempre, a volte troppo, ma in modo maldestro.
Sarete tutti d’accordo con l’assunto che è il tipo di emozioni che proviamo più spesso a darci la misura di quanto siamo felici o infelici.
Bene, se ci fate caso, le emozioni, sia quelle positive di gioia, entusiasmo, sorpresa ecc., sia quelle negative di ansia, rabbia, paura, angoscia, non sono altro che il prodotto diretto dei nostri pensieri (che a loro volta non sono altro che personali valutazioni e interpretazioni della realtà);
a dimostrazione di questo riporto un esempio, banale ma efficace, tratto dal libro di un famoso psicologo:

 

“se nel bel mezzo della notte sento un rumore improvviso e mi limito a costatare che è solo un rumore, il mio stato d’animo rimane quieto e posso facilmente riaddormentarmi; se invece penso che quel rumore possa essere stato provocato da un ladro, allora il mio stato d’animo diventa teso, se poi ci aggiungo il pensiero che si possa trattare di un ladro armato comincio ad avere paura e se faccio l’ulteriore valutazione che trovandomelo di fronte non ho la possibilità di difendermi, ho già innescato, senza accorgermene e in assenza di una reale necessità, la reazione a catena (dei pensieri) che determina lo stato di panico.”

Questo è solo un esempio, ma se ci pensate, un meccanismo analogo viene innescato nella stragrande maggioranza delle situazioni di vita quotidiana, una tra tante è per esempio la fine di una storia d’amore; quello che ci fa soffrire non è il fatto in sé (stavamo bene quando stavamo da soli prima di fidanzarci e allo stesso modo possiamo stare bene dopo, quando ci siamo lasciati), ma la valutazione negativa ed errata che diamo a quel fatto ovvero una combinazione di pensieri legata al voler rendere ancora presente una situazione ormai passata, è il volersi testardamente opporre all’incessante scorrere della vita, a quell’inevitabile “panta rei” di cui parlavano Eraclito e Platone, e da quella prima valutazione errata giù a cascata tutti gli altri pensieri del tipo “non troverò mai un’altra persona come lui/lei”, “chissà con chi sarà adesso” e così via…
Con uno sforzo cosciente quindi vi potete rendere conto del fatto che la causa della sofferenza non è la situazione esterna in sé, ma il tipo di pensiero, valutazione, giudizio che diamo a quella situazione; quello appena citato è un caso emblematico di uso scorretto e svantaggioso del pensiero.
La sequenza è dunque: pensieri-valutazioni →stato emotivo, e non viceversa

Questo meccanismo che parte dal pensiero è alla base di tutti i nostri stati emotivi, e questo significa che se nella nostra vita vogliamo sperimentare più gioia che tristezza, più entusiasmo che angoscia, più pace che rabbia, più grinta e ottimismo che pigrizia e pessimismo, dobbiamo agire sui pensieri che innescano le reazioni emotive, modificandoli.
Se lo scopo è raggiungere uno stato di benessere emotivo permanente, non basta modificare un singolo pensiero, occorre modificare il modo di pensare e in questo ci vengono in aiuto ancora una volta gli insegnamenti delle filosofie orientali, una su tutte quella afferente al filosofo e mistico G.I. Gurdjieff di cui consiglio a tutti la lettura.
Secondo il filosofo, in quest’ottica diventa fondamentale il ruolo delle emozioni (negative), esse fungono da preziosi segnalatori del fatto che stiamo pensando in modo errato, per cui non vanno represse o ignorate, ma al contrario occorre iniziare un attento lavoro di osservazione delle emozioni che ci permette di non identificarci con le stesse e di non lasciarcene travolgere, ma di guardarle e accettarle per comprenderne la causa.
Il fatto di sforzarsi ed esercitarsi continuamente e sinceramente nella pratica dell’osservazione delle emozioni induce nel tempo (mediamente 5-6 mesi) un’automatica modificazione del modo di pensare che sarà più consapevole, una capacità di controllo sempre maggiore sui pensieri a ruota libera e quindi sulle relative emozioni, un maggiore grado di apertura mentale che significa più disponibilità e meno opposizione ai cambiamenti, e come un effetto domino, tanti altri benefici che scoprirete da soli (Ho provato questa tecnica personalmente e vi assicuro che funziona).

Infine vi invito a fare un semplice esperimento: in un momento in cui vi sentite tristi o demotivati per qualsiasi ragione, provate per un secondo a non identificarvi con la vostra tristezza attraverso l’osservazione di quell’emozione come se foste un osservatore esterno (esattamente come osservate il vostro cane che gioca in giardino) e allo stesso tempo comunicate al vostro cervello “STO BENE”, fatelo sorridendo, sentitelo e convincetevene in modo sincero, anche solo per qualche secondo. Noterete subito due effetti, il primo è che in quel momento non state provando tristezza e l’altro che attiene al livello neuro-chimico è che il vostro ipotalamo risponde all’informazione sincera “STO BENE, SONO FELICE” con la produzione di quelle molecole di emozioni (MOE) chiamate endorfine, che sono le stesse rilasciate durante un’ intensa attività fisica e che sono responsabili della sensazione di benessere generale; l’esercizio vi renderà consapevoli del fatto che solo con l’osservazione dell’emozione e un piccolo pensiero potete trasformare e lasciare andare la vostra emozione negativa, naturalmente per rendere questo effetto duraturo  nel tempo dovrete esercitarvi, come già detto.
Bene, spero che abbiate la curiosità di provare e che dopo questa spiegazione vi siate convinti del fatto che siamo noi e solo noi la causa della nostra felicità/infelicità; ma naturalmente la modificazione del modo di pensare e delle relative emozioni ha anche implicazioni pratiche e tangibili nella vita di tutti i giorni (in special modo nella creazione di circostanze favorevoli), questo è stato dimostrato dalle recenti e sconcertanti scoperte della fisica quantistica, ma ve ne parlerò nel prossimo articolo.

Exploit the thinking!

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Commenti: 2
  • #1

    Mirko Zucco (giovedì, 26 maggio 2016 01:16)

    Di gran aiuto.

  • #2

    Rossella Colia (mercoledì, 15 giugno 2016 02:41)

    Ciao Fede ho appreso oggi da zia Mika di questa tua scelta di vita , ho iniziato a praticare buddismo mettendo come primo obbiettivo " voglio essere una persona felice" perché d'un tratto mi sono resa conto che nonostante tutto non lo ero , condivido pienamente il pensiero positivo e ti auguro tanta felicità . Un abbraccio e complimenti per l'articolo .