Tornaquinci, fate i buoni!

Tornaquinci poi Tornabuoni, cognomi strani, intrighi medievali, politica, slogan dolciari natalizi e recenti serie TV.

 

Questo post potrebbe avere i contorni di una storia di Natale, una di quelle da raccontare amabilmente davanti ad un caminetto acceso, da urlare all’ennesima e caotica pizzata di fine anno, da rievocare epicamente nelle brevi pause di un cenone interminabile o, infine, da esporre pacatamente in un soporifero scambio di auguri tra semisconosciuti, flûte di champagne, panettoni e pandori per tutti i gusti.

Ed infatti ecco a voi la vera storia di come la nobile famiglia fiorentina dei Tornaquinci, modificando solo in parte il proprio cognome, fu magicamente perdonata per essere accettata di nuovo dalla comunità.

Siamo a Firenze, qualche decennio prima del Quattrocento che fa da sfondo alla recentissima e fortunata serie televisiva RAI de I Medici, fatta di eventi storici liberamente romanzati, una Cupola Autoportante del Brunelleschi divenuta immediatamente tendenza sui social e di attori “rubbati” a Game Of Thrones. Intrighi politici, mentalità aristocratica, complesso gioco delle fazioni e delicate atmosfere comunali presenti nello sceneggiato, invece, aderiscono perfettamente alla storia dei Tornaquinci.

 

Nella realtà e ne I Medici poi, senza fare spoiler o rivelare qualcosa a chi fosse rimasto indietro con le puntate, fa parte del casato dei Tornabuoni Lucrezia, moglie del giovane Piero de’ Medici e futura madre di… scusate, mi interrompo qui. Non rivelo più nulla. 

I vecchi Tornaquinci di solo un secolo prima, eppure, erano già una delle famiglie più importanti e blasonate di Firenze. E allora che bisogno c’era di diventare Tornabuoni?

Beh, se il signor Giocattolo raccomanda “Fate i Buoni!” ai suoi dolci in partenza dallo stabilimento, gli abitanti di molti comuni medievali cercarono più volte di dire la stessa cosa a quei bulletti delle famiglie nobiliari

Scontri armati per le viuzze urbane tra le fazioni patrizie, aristocratici assalti e spedizioni punitive contro il signorotto della tal contrada, intere parti di città condannate a turno all’esilio a causa delle scelte politiche di un casato che, ovviamente, cercava di rientrare dando l’assalto alle mura comunali. Senza dimenticare anche le gare di ostentazione tra famiglie di ricconi che tanto imbestialivano un popolo fatto principalmente di piccoli artigiani e commercianti: chi aveva la torre più alta, il seguito armato più cattivo, la maggiore possibilità di scialacquare denari, la posizione migliore nelle occasioni pubbliche, la dama dalle maniche di broccato più lunghe…

Insomma, ad un certo punto l’esasperata gente comune decise di creare delle Leggi antimagnatizie, cioè delle liste di famiglie nobili troppo superbe da riportare sulla terra ed estromettere da qualsiasi carica pubblica. 

E sull’elenco fatto a Firenze c’erano, guarda un po’, i nostri Tornaquinci. 

Fu allora che, proprio come in una favola di Natale, il casato si pentì diventando più buono, anzi, Tornabuoni. Cambiando il proprio cognome e quindi facendo qualcosa di impensabile per una famiglia nobile, essi non comparirono più nella lista dei cattivi e vennero nuovamente accolti dal popolo a braccia aperte.

Qualcuno dice che fu proprio quel “buoni” ad aiutarli e c’è invece chi sostiene che il “Torna” iniziale rimarcasse il forte legame con il passato. Tuttavia, essendo in pieno spirito natalizio, mi piace pensarla in altro modo.

I Tornaquinci erano veramente tornati buoni.

 

E voi, cosa ne pensate? Quella dei Tornaquinci non è una classica storia di Natale da condividere con amici, parenti e colleghi?

 

Auguri di Buone Feste e mi raccomando… Fate i Tornabuoni!

 

 

Autore: Paolo Pigliafreddo

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