Emmanuel Macron: un outsider all'Eliseo

E’ stata una campagna elettorale intensa, un’elezione fondamentale per il destino della Francia e soprattutto dell’Unione Europea. Emmanuel Macron ha vinto con un notevole distacco dalla sua avversaria, la leader del Front National Marine Le Pen. I dati definitivi attribuiscono al vincitore il 65.9% dei votanti. Ma come ha fatto questo ex banchiere di Rotschild ed ex ministro dell’economia del Presidente uscente Francois Hollande, con un movimento (En Marche!) nato appena un anno fa, eliminando al primo turno i candidati dei partiti tradizionali, a diventare Presidente?

 

Emmanuel Macron è figlio dell’élite, ha frequentato l’ENA, la scuola per eccellenza di amministrazione pubblica che prepara la futura classe dirigente della politica francese. E’ il simbolo di quella categoria di persone che, a detta dei cosiddetti partiti sovranisti-populisti, impoverisce l’Europa, l’ha rende più insicura. E allora perché, con un programma europeista, ha vinto?

 

Macron è stato ministro di un governo socialista, ma ha fatto varare leggi con un forte carattere centrista (la radicale riforma del lavoro che ha causato scontri tra forze sociali e polizia tempo fa porta la sua firma). Aveva capito, visto il bassissimo gradimento del presidente Hollande, che rimanere nel Partito Socialista avrebbe minato la sua carriera politica. Si dimise e fondò un suo movimento, En Marche! (In Cammino!).

 

E’ un partito di sinistra? E’ un partito di destra? Nessuno dei due, si potrebbe dire.

 

E’ un movimento che raggruppa le correnti moderate dei due partiti tradizionali della Francia della Quinta Repubblica (quella fondata da Charles De Gaulle dopo il suo ritorno al potere nel 1958 per intenderci).

 

Il suo programma è: Si all’Europa (sempre compariva durante i suoi comizi la bandiera dell’Unione Europea), liberalizzazione del mercato del lavoro, abbassamento delle imposte alle imprese, una difesa comune europea (tema di cui si discute da tempo negli ambienti comunitari).

 

Macron all’inizio della campagna per il primo turno viene dato terzo con notevole distacco dietro il Front National e i Republicains che nelle primarie hanno designato come candidato l’ex primo ministro di Sarkozy, Francois Fillon. Ma col passare del tempo (complice anche uno scandalo che ha visto protagonista la moglie di Fillon), il candidato di En Marche! recupera terreno e vince alle elezioni del 23 aprile davanti alla Le Pen. Il Partito Socialista, con il candidato Benoit Hamon segna il suo peggiore risultato della sua storia (6%), complice una deriva troppo a sinistra del programma di governo e le lotte interne al partito.

 

Marine Le Pen, come tutti i partiti populisti ed euroscettici, ha centrato la campagna per il secondo turno su temi cari ai nazionalisti: referendum per l’uscita dall’Unione Europea (si è coniato il termine Frexit), ritorno al Franco come valuta, presidio dei confini contro l’immigrazione clandestina. Come dicono i detrattori di queste proposte, ha parlato alla pancia della gente, infondendo nelle menti la paura e non la sicurezza.

 

Alcuni sostengono (forse non a torto) che quel 65.9 % non sia tutto degli elettori di Macron convinti dal suo programma, ma anche di coloro che al primo turno votarono i candidati degli altri partiti pur di non vedere Le Pen all’Eliseo. Altri dati interessanti sono il forte assenteismo (poco più del 70 % degli aventi diritto è andato al seggio), e la percentuale raccolta dalla Le Pen (doppiando il padre Jean Marie che nel 2002 fu l’avversario di Jacques Chirac alle presidenziali). Farebbe meglio a ricredersi chi dice che il Front National è sconfitto, anzi.

 

Il neo Presidente, come vuole il sistema francese, può ora nominare un Primo Ministro che formerà il Governo.

 

Un’altra sfida attende Macron ora: le elezioni legislative dell’11 e 18 giugno che dovranno rinnovare l’Assembela Nazionale. Di solito il partito del Presidente eletto ha un vantaggio (in fatto di consensi) nell’avere la maggior parte dei seggi.

 

Ma En Marche! è nuovo, non radicato abbastanza nel territorio nazionale (come lo sono invece i partiti tradizionali). Convincere la gente a votare i candidati del movimento sarà ancora più arduo per il suo leader. Riuscirà nell’impresa ad ottenere la maggioranza assoluta? Molti ne dubitano (si prevede una cohabitation, molto probabilmente con gli esponenti dei Republicains).

 

Comunque sia, la vittoria di Macron insegna che oggi la concezione di destra e sinistra come un tempo non esiste più e che, soprattutto per la sinistra, una deriva estrema non paga.

 

Un esempio, nel Regno Unito, la politica di estrema sinistra del leader dei Labour Jeremy Corbyn ha fatto precipitare i consensi nel partito, tanto da rischiare un’emorragia dell’ala moderata (orfana di Tony Blair) che sarebbe pronta a formare un suo movimento all’interno del Parlamento inglese.

 

 

Autore: Pietro Rossini 

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