Rompere le scatole e far girare le palle

Sì, proprio voi, lettori di iLoby blogNon mi rompete le scatole e non fatemi girare le palle.

Ora, se state tranquilli, vi spiego da dove derivano questi due modi di dire.

 

E dopo un inizio così, spero che non vi siate offesi.

Guardate,  come offerta di pace, sono disposto a raccontarvi anche la storia dell’epiteto crucco e del termine cecchino perché entrambi, insieme ai due modi di dire argomento di questo post, provengono dalla Prima Guerra Mondiale.

Partiamo da crucco, il termine poco amichevole spesso usato ancora oggi per definire un tedesco. La parola proviene dallo sloveno Kruh (pane) ed era la supplica che, appena catturati dagli italiani, i moltissimi soldati dell’esercito austroungarico di questa nazionalità ripetevano in continuazione, soprattutto verso la fine della Grande Guerra. 

Per quanto riguarda cecchino, si sa, i soldati austriaci avevano una mira infallibile. Può darsi che avessero solamente armi migliori o una maggiore attenzione verso la figura del tiratore scelto, ma tra gli italiani nelle trincee della prima guerra mondiale serpeggiava la giustificatissima fobia dell’essere sempre nel mirino di qualcuno. Mai accendere tre sigarette con lo stesso fiammifero perché era opinione diffusa che alla prima il soldato dell’imperatore Francesco Giuseppe si allertasse, alla seconda mirasse e alla terza, beh, premesse il grilletto…

E un po’ come per Grillo e i grillini, quell’imperatore austriaco chiamato affettuosamente da tutti Cecco Beppe aveva i suoi cecchini.

 

Ma ora è il momento di rompere le scatole.

E se in trincea sentivate un ordine così, eravate proprio davanti ad una gran seccatura e ad un fastidio senza pari.

Quando infatti gli ufficiali decidevano di fare l’ennesimo vano e pericolosissimo assalto in campo aperto per conquistare (forse) quel metro in più, comandavano agli uomini in trincea di rompere le scatole delle munizioni, scartare gli involucri di cartone contenenti i tre pacchetti di cartucce da 6 colpi per il fucile Carcano Mod. ’91, caricare l’arma e prepararsi all’attacco.

Ma se vogliamo proprio dirla tutta, di lì a poco i più fortunati avrebbero rotto (o fatto rompere) le scatole anche al nemico.

 

E’ chiaro che alle prese con una infinita strage senza senso, con sloveni che imploravano sempre del pane prendendoti come il distinto concierge del Grand Budapest Hotel, con maledetti cecchini dall’occhio di lince e costanti rotture di scatole, ti girassero un po’ le palle.

Il soldato italiano del 15-18 quindi, per far vedere al nemico che era in giornata no e consigliargli di stare lontano, aveva trovato un modo molto, ma molto, fetente.

La pratica di girare le palle del fucile,  cioè di sfilare le pallottole dai bossoli e reinserirle capovolte, era in ogni caso comune sia nell’esercito italiano sia in quello austroungarico.

Tale costume, già vietato dalla Commissione dell’Aia del 1889, rendeva sì il proiettile difficilmente controllabile ma, esponendo il fondello di piombo nudo, al momento dell’impatto si espandeva «a fungo» provocando effetti a dir poco devastanti.

Penso che la prossima volta che sentirete di uno con le palle girate, gli girerete bene alla larga …

 

 

Autore: Paolo Pigliafreddo

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