L'autoritarismo di Erdogan

E’ passato poco più di un anno dal fallito ‘colpo di stato’ perpetrato da alcuni reparti delle forze armate turche.

Ed è ancora fresca l’immagine dei soldati e dei carri armati di traverso sul Ponte sul Bosforo. Si sospettò da subito che i militari golpisti fossero simpatizzanti di Fetullah Guelen, un imam un tempo sostenitore e amico di Recep Tayyp Erdogan, ed ora suo acerrimo rivale, costretto a fuggire negli Stati Uniti. In Turchia ha fondato scuole e centri culturali e ha raccolto intorno a sé e al suo movimento parecchie persone.

Alcuni però sospettarono che questo cosiddetto ‘golpe’ fosse in realtà un bluff: un pretesto per permettere ad Erdogan di aumentare il suo già smisurato potere e per giustificare la necessità di trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale, cosa che poi avvenne a seguito di un referendum popolare, vinto di larga misura dal ‘Sultano’, come viene chiamato dai suoi detrattori. Un’occasione anche per una campagna di epurazioni (che continua anche oggi) nei confronti non solo di quella parte delle forze armate ‘nemiche della democrazia’, ma anche di qualsiasi oppositore alla sua politica: politici dei partiti di opposizione (soprattutto il filo-curdo Hdp con i suoi leader in carcere accusati di ‘terrorismo’), giudici e giornalisti, alcuni di questi ultimi colpevoli di aver scritto un articolo-inchiesta, completo da documentazione autentica, su una serie di operazioni dell’ MIT, il sevizio segreto turco, per avere venduto armi ai foreign fighters jihadisti che combattevano in Siria contro il regime di Bashar al-Assad. Dunque, persone che non c’entrano nulla con il fallito ‘colpo di stato’.

 

Venerdì 15 luglio a Istanbul hanno manifestato a favore della libertà e della democrazia migliaia (se non centinaia di migliaia) di persone alla fine di una protesta pacifica, partita dalla capitale Ankara, organizzata dal partito dell’opposizione Chp, kemalista-nazionalista.   

 

Seppure non ai livelli del 2013, gruppi di oppositori si ritrovano spesso in Piazza Taksim e a Gezi Park.

 

Ieri è stato prolungato di altri tre mesi lo stato di emergenza, segno che le epurazioni continueranno; recentemente circa 1,300 persone sono state arrestate con l’accusa di ‘terrorismo’.

In un discorso pronunciato due giorni fa, Erdogan ha detto che ‘taglieremo la testa ai nemici della nazione’. Si è sorvolato su queste parole, ma c’è di che preoccuparsene.

 

Non ci dovrebbero sorprendere se fossero pronunciate da un jihadista in uno dei tanti video di propaganda sulla Rete. Ma Erdogan è il leader di una nazione a suo dire ‘democratica’ che fino a poco tempo fa aspirava ad entrare nell’Unione Europea.

Pur di chiudere la cosiddetta ‘via balcanica’, la rotta che seguivano i migranti che sbarcavano in Grecia per raggiungere principalmente Germania e Paesi del Nord Europa attraverso, appunto, i Balcani, l’Unione si è accordata con Erdogan sotto forma di un pagamento di circa 6 miliardi di Euro per bloccare in Turchia il flusso di profughi siriani che scappavano dal teatro di guerra siriano.

Da qualche tempo la Turchia sta costituendo una spina nel fianco per l’Europa e soprattutto la NATO. Paese appartenente all’Alleanza Atlantica sin dall’ inizio, ospita una delle sue più importanti e strategiche basi aeree, Incirlik.

Nella guerra contro l’Isis, le forze curde siriane, armate dagli Stati Uniti, sono le più affidabili e motivate tra le parti combattenti e durante l’avanzata verso Raqqa, la capitale del sedicente ‘Stato Islamico’ hanno occupato una vasta parte della regione al confine con la Turchia, il Rojava. Erdogan, temendo un loro rafforzamento e un’unione con i curdi turchi, i quali minacciano l’integrità territoriale turca, ha mandato reparti corazzati (carri armati), insieme ad aerei ed elicotteri, a bombardarli.

 

Il ‘Sultano’ turco, nel 2011, aveva come obiettivo (insieme all’Arabia Saudita e alcuni Paesi del Golfo Persico) di rovesciare Assad. Ma l’intervento dei pasdaran iraniani e di alcune milizie libanesi di Hezb’llah prima e quello della Russia (a seguito dell’esplosione di un aereo civile russo in decollo da Sharm el-Sheik, rivelatosi poi un attentato terroristico) poi, lo hanno desistito. Non si dimentichi che in Siria sono presenti l’unica base aerea russa al dì fuori del territorio della Federazione e l’unica base navale russa nel Mediterraneo Orientale.

 

Erdogan ha dovuto accordarsi con l’Iran e la Russia per anteporre la lotta all’Isis alle sue mire personali e oggi la Turchia è parte nei colloqui iniziati ad Astana, capitale del Kazakistan, per decidere del futuro della Siria.

 

Fino a pochi anni fa, la Turchia ha visto il proprio PIL salire a livelli mai visti. Vi investono molte aziende europee, soprattutto del settore delle infrastrutture.

Il 60-70 % dell’interscambio commerciale della Turchia avviene con imprese del Vecchio Continente, e questa è una cosa che Erdogan non può ignorare.

 

E’ ancora disposta l’Unione Europea a tollerare il comportamento di un despota che utilizza un linguaggio indegno dei tagliagole che stanno insanguinando il Vecchio Continente e che fomenta l’odio dei propri sostenitori contro sedicenti nemici interni in nome della necessità di avere un potere sempre più forte per ‘salvare’ la nazione turca?

 

 

Autore: Pietro Rossini

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